mercoledì 4 luglio 2018

VIAGGIO IN PRIMA CLASSE



SOLO SULLE JORASSES        di Marco Bernardi  

Tratto da "Rivista della Montagna Dicembre 1980"

E' ormai sera; la luna, quasi circolare, illumina il mio bivacco, qui alla base della parete. Il ghiacciaio, tagliato dalle linee scure dei crepacci, brilla sotto di me dando un senso di serenità a questo affascinante mondo delle altezze.
La mia avventura è iniziata nel pomeriggio, quando, osservata la parete dal fondovalle mi sono deciso, un po' scettico sulle mie possibilità di riuscita, a tentare. Ora sono sereno, disteso nel sacco a pelo con una tazza di caffè caldo tra le mani, credo che questa avventura sia in perfetto accordo cronologico con la mia maturazione di alpinista e quindi di uomo.
La est delle Jorasses rappresenta il mio terreno di prova: essa richiede quelle capacità fisiche e psicologiche che sento ormai di possedere ma che solo qui avrò la certezza di sperimentare. Tutto ciò non provoca affatto frustrazione, se fallirò non avrò che da accettare la mia situazione, avrà sopravvalutato le mie possibilità e potrò ritentare con maggiore preparazione.
Sento la tensione delle vigilie, ma anche la soddisfazione della completa padronanza delle mie emozioni.
Certo, la mia impresa vuol essere anche un confronto con gli altri, perché è anche confrontandosi con gli altri che si acquista consapevolezza del proprio valore e quindi maggior conoscenza di se stessi: l'importante è poi accettarsi come realmente si è. 
Guardo il cielo stellato, meravigliosamente profondo e terso. Misteri affascinanti, a cui l'uomo, nel suo cammino senza un perché, forse mai potrà dare una risposta. L'alpinismo non è che una scelta che mi permette di vivere nell'immanente, ma che nulla può contro la barriera invalicabile del razionale e dell'irrazionale. L'importante è rimanere liberi: non chiudere le porte al trascendente prendendo posizioni di rigidità mentale su cose che non si possono neanche immaginare.
A svegliarmi è una scarica di sassi che ribolle di scintille sullo zoccolo iniziale.
Risalgo il ripido pendio di ghiaccio e attacco un po' a sinistra dei primi salitori. Il sole scalda questo meraviglioso granito rosso e i primi passaggi scorrono velocemente sotto di me. Il sibilo ed il <<frullare>> di alcune pietre preoccupano il mio arrampicare sino al termine dello zoccolo.
Ora la parete si drizza; diedri e placche si innalzano verticali verso un cielo azzurro cupo.
Rosso, azzurro, il bianco della neve in basso.
Salgo veloce in <<scarpette>> e solo il faticoso recupero dello zaino mi rallenta in questo meraviglioso gioco che è arrampicare.
Un vecchio chiodo arrugginito con moschettone: è quello di Gervasutti, lo ricordo bene dal suo libro, è dove tentò per la <<fessura strapiombante>>. Una parete dall'aspetto ostico mi consiglia di assicurarmi: accetto volentieri e saggiamente. Riesco in libera su questo passaggio artificiale, mi sento soddisfatto, probabilmente uscirò in giornata.
Qualche placca più facile mi porta sotto l'ultima fascia strapiombante. La relazione è un po' confusa a questo punto e non è facile rintracciare la giusta via. Finalmente vedo un vecchio chiodo arrugginito, d'altronde proprio nella zona più logica. Tra chiodare, recuperare il sacco che si incastra sotto l'ultimo tettino, scendere e risalire, passano quasi due ore prima di poter ripartire per la lunghezza seguente. Il sole ha ormai girato dietro la cresta di Tronchey, e le colate d'acqua che attraversano queste ultime placche si sono trasformate in verglas. Ricordo dal libro di Gervasutti che a causa di questo aveva dovuto bivaccare in posizione scomodissima a venti metri dal termine delle difficoltà. Qualche pendolo con le scarpette che cercano piccole asperità libere dal ghiaccio risolve la situazione. Un po' di relax, un pezzo di formaggio e l'ultima sorsata d'acqua, poi, due ore sotto un pesantissimo zaino mi portano in vetta.
Gervasutti arrivò qui, lo colse la delusione di una meta ormai raggiunta, e della impellente necessità di trovarne un'altra per poter nuovamente lottare, per poter nuovamente dare un senso alla sua  travagliata esistenza: <<Credo che sarebbe molto più bello poter desiderare per tutta la vita qualcosa, lottare continuamente per raggiungerla e non ottenerla mai>>.
No, io credo di essere soddisfatto, di aver raggiunto una maggiore conoscenza di me, e quando sentirò di aver bisogno di un'altra meta, come è normale e logico per ognuno che senta il desiderio di <<migliorarsi>>, la cercherò e mi impegnerò per raggiungerla; e questa meta potrebbe benissimo non essere alpinistica.
E' vero, << i momenti in cui l'animo maggiormente esulta sono quelli vivi dell'attesa e della lotta>> ma Gervasutti, nel suo spirito romantico, dimenticò che altrettanto importanti sono <<quelli morti del godimento e della vittoria>>, in cui si tirano le somme e ci si arricchisce delle esperienze vissute.
Tre ore dopo due simpatici ragazzi, gestori del rifugio Boccalatte, mi accolgono offrendomi una buona tazza di caffè.

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