venerdì 30 novembre 2018

LA NORD


https://it.wikipedia.org/wiki/Cervino



CERVINO PARETE NORD   (1962)    di Hilti von Allmen

Tratto da: Il Grande Cervino  Antologia di Alfonso Bernardi   Zanichelli Editore



Oggi è la volta buona: la grande giornata in cui dovrò mettere alla prova la mia maestria di scalatore. Paul Etter, mio compagno di cordata nelle ascensioni più impegnative, è accanto a me, alla base di una delle tre più grandi pareti nord delle Alpi. Di una sola di esse finora è stata fatta la scalata invernale: la parete nord dell’Eiger, all’inizio del marzo scorso. Le due altre gigantesche muraglie -la parete nord delle Grandes Jorasses e la parete nord del Cervino- sono ancora inviolate. Quest’ultima è già stata tentata a diverse riprese: tra le cordate costrette a battere in ritirata figurò una volta anche la nostra.

Fa un freddo atroce. Il termometro segna 25 gradi sotto zero. Non una nuvola nel cielo gremito di stelle. Dietro di noi vediamo danzare sulla neve del ghiacciaio i riflessi circolari di cinque altre lampade frontali. Non è un’ironia del destino che proprio stamane tre cordate di tre paesi diversi intendano cimentarsi coll’impossibile?

Sotto il gravame del nostro materiale, degno di figurare in una vera spedizione, avanziamo penosamente, come forzati. Sulle nostre spalle pesano due corde di quaranta metri di perlon ed altrettanto cordino per gli anelli delle corde doppie, 15 chiodi da roccia, altrettanti moschettoni, 5 chiodi e 5 viti da ghiaccio, 2 piccozze-martello, mentre 2 martelli normali ci ballonzano sui fianchi.

Nei nostri sacchi, di una quindicina di chili ciascuno, figurano con gli abiti di riserva, dei pantaloni da tormenta, provviste secche, una cucina con due bruciatori, tè, latte condensato, dadi per brodo, zucchero d’uva. I nostri abiti caldi ed i nostri maglioni di lana sono completati da spesse giacche di piumino. Per ogni eventualità dei caschi contro le scariche di pietre proteggono le nostre teste. Calziamo speciali scarponi doppi, con una calzatura interna di feltro ed una esterna di grosso cuoio. Un sacco da bivacco, dei razzi da segnalazione, tre paia di guantoni a testa ed un minuscolo apparecchio radio ricevente completano il nostro armamentario per l’attacco invernale alla nord del Cervino.

I sentimenti che agitano il nostro animo sono un’altalena di gioioso entusiasmo e di profondi incubi. Sopra di noi incombe la parete nord in tutto il suo impeto verticale: un colosso di 1200 metri di altezza, di roccia friabile, con appigli rivolti all’ingiù: una muraglia gelidamente fredda, repulsiva, doppiamente inospitale nell’oscurità, nemica. Ma la si può davvero definire nemica?

In realtà è qualcosa di peggio: nei nostri confronti è di una sovrana indifferenza. Che noi due ci troviamo o no alla sua base, che ci arrampichiamo sulle sue rocce o che cadiamo, è cosa di cui questo colosso neppure si accorge, non si muove per questo né un sassolino, né una pagliuzza. Su questa muraglia che sfida i millenni siamo noi soli ad introdurre l’idea del tempo: le 5 del mattino del 3 febbraio 1962.

Alla capanna dell’Hörnli che abbiamo lasciato poco più di un’ora fa, avevamo ancora una volta discusso ieri sera circa l’ordine in cui conveniva andare all’attacco. Paul ed io
eravamo stati d’avviso che sarebbe stato meglio attaccare nel modo più rapido possibile: per questo ecco che figuriamo in testa. Segue in seconda posizione l’altra cordata di due elementi, con gli austriaci Leo Schlommer ed Erick Krempke; in coda viene così forzatamente a figurare la più lenta cordata a tre, coi tedesco-orientali Werner Bittner, Peter Siegert e Rainer Kauschke, tutti e tre residenti a Monaco.

A dispetto di ogni comprensibile cameratesca rivalità, questo gruppo di sette scalatori, decisi a tutto, si sentirà unito e salvaguardato, di fronte ad ogni eventualità, da una specie di alleanza difensiva. All’attacco inizio a salire con lentezza, con accentuata regolarità. Nella mano destra la picca da ghiaccio, preoccupato di trovare sempre fra questa e le punte anteriori dei miei ramponi i tre classici punti di sicurezza, procedo nelle prime fasi in modo alquanto rigido. Trenta centimetri appena ad ogni passo: e sono 1200 metri di dislivello da superare… E sempre vige il principio della sicurezza col corpo in appoggio sui tre punti. E’ consentito muovere soltanto una mano, soltanto un piede alla volta. Non oso calcolare quante volte dovrò posare sul ghiaccio, nella neve, sulla roccia vetrata un piede dopo l’altro, alternativamente le punte dei ramponi, la punta della picca. Forse quattromila, forse addirittura cinquemila volte fino alla vetta, ammesso che arriveremo lassù!

Nel terzo inferiore della parete procediamo ogni volta per l’intero sviluppo della cordata, invertendo l’ordine ad ogni lunghezza. Sentiamo sotto di noi i comandi di cordata di quelli che ci seguono, alternati con dei colpi di martello, poi di nuovo un silenzio di morte. Senza che ce ne rendiamo conto il vuoto diventa sempre più profondo. Alle ore otto siamo a 3800 metri di quota. Nonostante il cielo limpido ed il sole del mattino, la parete è sempre ghiacciata e freddamente repulsiva come all’inizio. Sopra di noi si delinea il primo marcato intaglio. La traversata del pendio di ghiaccio verso questo colatoio dal fondo di lastroni levigati è non soltanto esposta, ma francamente difficile. Delle pessime rocce,  con appigli all’ingiù, con una sottile crosta di vetrato tirato a lucido. Prima d’impegnarmi decisamente lancio una guardata verso il basso. Il distacco dalle altre cordate è sensibilmente aumentato. Appoggiati alle punte anteriori dei ramponi volteggiamo come degli acrobati su questa tutt’altro invitante corazza di ghiaccio. Per forza di cose la sicurezza è fatta con economia: appena un chiodo da ghiaccio per ogni lunghezza di corda!

Il fatto di essere concentrati unicamente nella ricerca del passaggio e nel guadagnar quota fa sì che il tempo passi in un baleno. Alle 12 abbiamo ormai dietro di noi il grande intaglio rivolto verso la cresta di Zmutt. L’altimetro segna 3950 metri. Tutto si svolge per così dire in modo automatico. Sotto di me, staccato di 20-30 metri, Paul mi grida, sempre colle stesse parole, i suoi comandi di cordata: <<Ancora cinque, ancora tre metri!>>. E dal canto mio subito cerco un posto più o meno adatto per disporre la manovra di sicurezza e come tante altre volte infiggo profondamente il chiodo. Il seguito dell’itinerario è un autentico zig zag. Un po’ a sinistra, poi di nuovo a destra superiamo ancora qualche metro di quota. Un intermezzo antipatico questo girovagare in senso orizzontale senza alcun effettivo guadagno di altitudine. Improvvisamente scorgiamo sulla nostra sinistra, sotto la Spalla, il lato dietro della capanna Solvay. Questo povero cassone di legno è per noi l’ultimo collegamento ottico colla civiltà. Pochi minuti dopo questo aereo rifugio scompare dietro una sporgenza di roccia. Diventa davvero già scuro? Uno sguardo all’orologio
spiega tutto: sono le 17 in punto. Cerchiamo ansiosamente un posto che sia adatto per passarvi la notte. Guardando dal di sotto la sporgenza ci fa sempre intravvedere un’eccellente piattaforma da bivacco, su di una larga cengia pianeggiante. E invece non c’è verso di trovare in nessun posto un metro quadrato che si piano. I piedi mi dolgono per la prolungata pressione dei ramponi. Paul è in procinto di ricuperare l’ultimo chiodo di sicurezza. Allento le cinghiette dei ramponi e lascio che mi preceda fino al posto che abbiamo scelto per bivaccare. <<Almeno si potrà star seduti…>> sento che borbotta. Un po’ deluso salgo verso di lui. Ed ecco un lieve tintinnio metallico, un grido soffocato: i miei ramponi sono scomparsi nel vuoto! Martello con furore la roccia coi miei pugni, mi batto la testa: come un lampo il pensiero dei quattrocento metri sovrastanti mi attraversa la mente. Come cavarmela senza ramponi?

Affrontiamo questo bivacco con spirito depresso. Senza una parola ci prepariamo del brodo e del tè bollente, ci agganciamo ai chiodi di sicurezza, c’infiliamo nei sacchi da bivacco. L’altimetro segna 4100 metri. Giù, profondo sotto di noi, sentiamo ancora qualche colpo di martello. Anche gli altri sono dunque in procinto di apprestare il bivacco. Alle 19, fedele all’appuntamento, accendo il primo razzo verde. So che in questo istante, 2500 metri più in basso, il mio amico René Arnold, guida di Zermatt, respirerà più tranquillo. Poi cerchiamo di dormire. Il freddo è sopportabile. Ma ad ovest, sopra la Dent Blanche, si vanno profilando dei banchi di nebbia a forma di pesce, uno sfavorevole indizio meteorologico. Ci affrettiamo ad estrarre dal sacco la nostra minuscola radio. Funzione a meraviglia. Le previsioni non sono né buone né cattive: <<Venti da ovest in aumento, nessuna precipitazione importante>>. Tale il responso che echeggia nella nostra solitudine. La notizia che tre cordate hanno attaccato la temibile parete nord del Cervino ci lascia indifferenti. In ogni modo sappiamo ora che dal basso ci si osserva con attenzione. Prima di assopirmi il mio ultimo pensiero va ai ramponi perduti. Sarà possibile, in caso estremo, forzare l’uscita in direzione della Spalla e della Capanna Solvay? Il manto nero dell’eternità avviluppa la gigantesca parete: è bene sia così e che ci restino misericordiosamente celati i mille metri che s’inabissano sotto di noi.. Le luci di Zermatt appartengono ad un altro mondo. Siamo già scacciati da questa cerchia? E’ tentare il buon Dio ciò che stiamo facendo? Si direbbe che il tempo si sia fermato. E tuttavia si rifarà giorno. Lasciamo il bivacco dopo una fermata di quattordici ore. Sono stupito che riesca a seguire il mio compagno. Metto di nuovo automaticamente una gamba dietro l’altra… quand’ecco un grido soffocato, ho perso l’equilibrio, filo con la rapidità del lampo verso l’abisso, cerco di fermarmi, già sento la stretta violenta della corda attorno al torace. Sono appeso alla corda dieci metri sotto Paul ed il chiodo di sicurezza mi ha tenuto.

Il passaggio che ci sovrasta, assai difficile, un muro quasi verticale,  che nelle attuali condizioni si può valutare di estrema difficoltà, sarà superato con l’aiuto di tre chiodi. Quando meno ce l’aspettiamo eccoci improvvisamente sulla cresta di Zmutt. Immediatamente ci riportiamo in parete. A questo momento un aereo passa sopra di noi. Sono esattamente le 15,30, all’orche Paul mette piede accanto alla croce sommitale. Il maltempo si è frattanto trasformato in un vero uragano: sulla pelle della faccia i cristalli di ghiaccio bruciano come fuoco. Una stretta di mano silenziosa, l’immancabile fotografia in vetta, poi si comincia a scendere. Dove possono trovarsi i nostri compagni? Li abbiamo
visti l’ultima volta verso le 13,30, molto a sinistra della via da noi seguita. Coll’aiuto della corda fissa ci caliamo nel vuoto. E’ ormai una corsa di velocità col tempo. Sulla Spalla nessuna traccia. Chiamiamo, ci sgoliamo nella tormenta, nessuna risposta. La visibilità diventa sempre peggiore, finché di colpo siamo sorpresi dall’oscurità. 
L’apparecchio fotografico di Paul colle preziose fotografie a colori segue la strada dei miei ramponi. Di che strapparsi i capelli! Non vi è in noi nessuna traccia della gioia della vittoria. Demoralizzati ed abbattuti ci seppelliamo nel primo buco nevoso che si presta ad un bivacco. Di colpo mi sento in preda ad un malessere indefinibile: mi accorgo soltanto ora che c’è qualcosa che non va colle mie mani, le dita sono dure come pietra, hanno perduto ogni sensibilità. Nel cuore della notte balzo in piedi come spiritato, col viso e la bocca pieni di neve. Ansimando mi libero dallo strato nevoso che mi soffoca.

Ogni mezz’ora sarà lo stesso gioco crudele: prima un leggero fruscio, poi una ventata furiosa con un getto violentissimo di gelidi cristalli di neve che sferzano i nostri poveri corpi e che minacciano di soffocarci. Il giorno dopo, per i restanti ottanta metri di discesa fino alla Capanna Solvay, impieghiamo oltre un ora. Sono le 9,30. Nessuna traccia, neppur qui, dei nostri compagni. Fuori la tormenta infuria con una violenza che non accenna a diminuire. Urliamo continuamente con tutta la forza dei nostri polmoni; purtroppo non servirà a nulla. Le mie dita sono roventi. Di breve durata l’effetto delle compresse contro i dolori. Ci rendiamo ora conto che la nostra impotenza nei confronti della montagna. Altro non possiamo fare che attendere, sperare, gridare e pregare -Paul specialmente che è cattolico fervente- affinché le cinque misere creature sperdute nella tormenta arrivino dove noi ci troviamo. Sto pensando se non sia il caso di lanciare il razzo rosso, segnale di pericolo grave, ma penso che da Zermatt sia impossibile vederlo. Si è frattanto fatto notte. Una volta di più Paul si affaccia alla porta del rifugio e chiama con tutta la forza delle sue corde vocali. Stavolta sentiamo un piccola eco, poi delle voci più forti! Sono loro, sono tutti con noi al sicuro.

Anche essi hanno raggiunto la vetta, oggi stesso in mezzo alla tormenta, e siamo pertanto doppiamente lieti che siano in salvo e vittoriosi. Verso mezzogiorno di martedì, cessata finalmente la tormenta, iniziamo la laboriosa discesa lungo il fianco orientale della montagna. Le mie povere dita gelate sono un ostacolo terribile. Ho avviluppato le mani nella pantofola da bivacco: non ho nessuna presa e fatico atrocemente. Sono ben contento che degli amici ci siano venuti incontro lungo la cresta dell’Hörnli: Ci sarà così possibile raggiungere la capanna omonima prima del cader della notte, portando poi a termine la sera la stessa la lunga discesa su Zermatt. Siamo felici ed orgogliosi quando prendiamo conoscenza degli innumerevoli telegrammi di congratulazioni, tra cui quello inviato dal Presidente della Confederazione svizzera, Paul Chaudet.

Ora che siamo fuori dall’uragano e dalla tormenta possiamo finalmente dare una risposta al quesito circa scopo e significato della nostra scalata. Ambedue siamo guide alpine ed abbiamo rinunciato al nostro mestiere originario per seguire questa vocazione. Certamente siamo fieri dell’impresa che abbiamo compiuto. Però nel nostro intimo sentiamo che le montagne saranno sempre, eternamente più grandi di qualsiasi uomo che riesca a scalarle.


domenica 25 novembre 2018

LA DISCESA IN SALITA


"PERCHE' LA NEF, TE GHE' DE VEDELA DEL VOLT"
(perché la neve, la devi vedere dall'alto)
cit. MAISTRU


Non avevamo mai salito la discesa del Magnaghi Centrale, con la neve poi… oggi abbiamo rimediato.
La neve, il freddo, i ramponi che mordono e grattano, i sassi che rimangono lì, tenuti dal gelo. Oggi sul calendario non è "inverno", ma semplicemente un giorno fantastico, lungo canali, creste e diedri di una Montagna Unica…Poi, dopo un su e giù carico di "sensazioni",  la ciliegina è stata una Cima verglassata e l'incontro con Amici.

ps: foto in ordine sparso


























BUONA GRIGNA A TUTTI!

giovedì 15 novembre 2018

ieri, oggi e....domani


Devo essere sincero, se fosse per il mio, poco mi interessa o interesserebbe...quello invece che tento di preservare è per loro.



lunedì 12 novembre 2018

A LEZIONE


L'altro giorno mi è arrivata una letterina per posta, grazie a Dio non era la solita raccomandata con multa da pagare. All'interno un dépliant chiaro e leggibile con scritto "corso di ripetizione per nostalgici sull'uso dello scarpone in arrampicata"...quale occasione migliore visto le strane idee che mi frullano in testa. 
Mi sono divertito, quasi, quasi mi sembra che sono ancora capace! Alla lezione ha partecipato anche Everest in veste di assistente allo svacco!🙌









domenica 11 novembre 2018

LEGGERE E RILEGGERE


"Ne avevo già parlato di questo libro, però come spesso mi capita, a volte i libri le rileggo. 
Ma solamente se nel leggerlo la prima volta sento un qualcosa che mi rimane nella testa… il leggere tanto non è sempre sinonimo di capire tanto, il leggere bene accresce la memoria. Questa pubblicazione è semplice e scorrevole, l'essenziale per conoscere e, a volte immedesimarsi nell'azione del protagonista. Roberto è un Ottimo scrittore, lo è perché conosce la storia e molti suoi protagonisti, e nei suoi scritti e interventi sui siti specializzati, sempre meno specializzati, è facile notare la mancanza attuale di molti altri "storici" di cercare la polemica, cosa inutile e dispersiva nel mondo già variegato della montagna. Roberto e Enrico sono gli storici d'alpinismo, il resto per me è altra cosa…
Questo libro racconta e riassume alcune vicende alpinistiche e mi fa viaggiare in posti che conosco e in posti che non vedrò mai".
ivo

giovedì 8 novembre 2018

E' INVERNO





VIA DELLE GUIDE CROZZON DI BRENTA  1969   di Gianni Rusconi

“Verso le sette del mattino dell’otto marzo mentre siamo intenti ai preparativi per la partenza, i raggi del sole toccano la nostra cengia e sembra un altro mondo. Godiamo del tepore, dopo una notte rigida che ha congelato il respiro sui sacchi a pelo. Da quando tentiamo questa parete, è la prima volta che il sole viene a salutarci e lo consideriamo un ottimo augurio. Poi via: oggi “si gira” Parto per primo con uno zaino e la cinepresa, mi fermo su di un piccolo appoggio dopo un delicato traverso, punto l’obiettivo su Pomela che mi sta sotto, mi raggiunge, prosegue passando in testa. Il tiro seguente non è verticale e Pomela per aprirsi la strada deve spazzare la neve che si è accumulata su ogni minima protuberanza. Sta in un punto molto critico. Proseguire diventa un problema e non trova il sostegno dove mettere i piedi per fermarsi, o per chiodare. Prova e riprova e quando meno se l’aspetta, a toglierlo da una situazione così ingrata, dietro una quinta di roccia appena pronunciata scopre un chiodo.

Finalmente assicurato prosegue nella ripulitura degli appigli, sale lento e deciso, metro dopo metro. Poi tocca a me e quando lo raggiungo è ormai l’una del pomeriggio. Gli lascio lo zaino, prendo il comando della cordata. Attacco una placca quasi strapiombante, tagliata da una fessura verticale che si riesce a chiodare. Ben presto, purtroppo, la musica cambia, la fessura diventa cieca, per proseguire devo ricorrere a piccoli cordini appesi a scagliette di roccia, forse tenute salde dal gelo. É quanto di più dubbio e di più incerto, ma di necessità devo fare virtù. Arrivo così all’inizio della traversata da farsi in aderenza: porta sotto il grande tetto.

In questo difficile passaggio, la base inclinata dove si appoggiano i piedi è coperta di ghiaccio; gli appigli per le mani, pochi per l’esattezza, sono scomparsi sotto la neve. Stavolta esperienza insegna, ho portato uno spazzolino ed in posizione delicata lavoro cercando di scoprire qualche appiglio, ma questi sono desolatamente piccoli e riesco ad infilarci solo le prime falangi. Mi aiuto anche con il martello-piccozza, praticando degli intagli nella neve gelata e passando poi con mosse da gatto, ben conoscendone la fragilità. Mi pare di essere l’equilibrista che sta eseguendo il numero d’eccezione lasciando con il fiato sospeso; devo essere prudente e veloce; devo sostare il minimo possibile in quelle posizioni che non danno affidamento. Finalmente – gli attimi durano secoli – arrivo alla base del tetto, trovo un chiodo, con gesto rapido vi assicuro la corda e tiro un lungo respiro di sollievo. Siamo anzi in due a tirarlo, perché Pomela per tutto il tempo mi ha seguito con occhio vigile e con i nervi tesi, pronto a intervenire con le manovre in caso di volo. É però sempre sconsigliabile il passaggio dalla teoria alla pratica, specie con sotto un vuoto di parecchie centinaia di metri. Il chiodo provvidenziale mi dà sicurezza, ma il tiro di corda non può finire qui: mancano cinque metri per arrivare al posto di fermata. Per vincere quei cinque metri di roccia, faticherò due ore e mezzo”.
Giunti in vetta cominciarono i problemi più seri, si scatenò una bufera di neve che sembrava non voler smettere mai, e nonostante i quattro avessero trovato rifugio nel bivacco posto in cima al Crozzon, erano ormai senza viveri e dovevano affrontare la lunga e complicata discesa dalla vetta.

…“La marcia è di una lentezza esasperante. Per coprire la distanza di una ventina di metri in linea d’aria, impieghiamo quasi tre ore. Proseguiamo lungo la cresta che è un continuo saliscendi, io in testa, Antonio e Pomela con gli zaini più pesanti, Roberto ultimo della cordata. Lottiamo da disperati per non venire portati via dalle raffiche.
Certi tratti sono di ghiaccio vivo; in altri affondiamo sino alle ascelle nella neve farinosa. Non parliamo, ci limitiamo ai comandi secchi. Spesso neppure gridando ci s’intende e ricorriamo a segni convenzionali, consistenti in un certo numero di strattoni alla corda che ci unisce. Quando le folate raggiungono la massima violenza, ci copriamo il naso e la bocca con le mani, per poter respirare. Gli occhi lacrimano, le lacrime gelano sulle ciglia. La faccia è martoriata da mille aghi di ghiaccio”.

…“Ad un tratto scorgo sopra di noi l’inconfondibile forma del rifugio Tosa e, più in alto, il rifugio Pedrotti. Ci siamo passati vicini senza vederli, ci siamo abbassati nella valle senza accorgerci. La visione mi infonde coraggio, vorrei affrettarmi ma non ce la faccio, è già molto se riesco a muovermi.
Conto i passi nell’illusione di far meno fatica; mi metto carponi, cammino a quattro zampe, mi sembra di nuotare a cagnaccio. L’altura è sempre lontana, mi alzo, fisso quella meta, chiamo per vedere se ci sono i nostri amici, nessuno risponde. Sotto gli ultimi metri abbastanza ripidi tolgo lo zaino e me ne servo come appoggio per i piedi. Riprendo a strisciare carponi, allo stremo delle forze giungo in cima al pendio, il rifugio non c’è. Un’altra visione mi appare tra la nebbia e la neve, eguale a quella di prima: un pendio, un rifugio più sotto e un rifugio più in alto… Non ci sono amici che chiamano, non ci sono amici che attendono, non ci sono rifugi, c’è solo nebbia e neve, neve e nebbia. Chissà dove siamo finiti! Tengo tesa la corda: ad essa aiutandosi uno dopo l’altro arrivano i compagni. Guardano intorno cercando con gli occhi il rifugio, guardano me. Non una domanda, non una imprecazione. Quando il silenzio diventa insopportabile, Roberto dice a Pomela: “Abbiamo promesso di prendere la sbornia, se fossimo riusciti a scalare il Crozzon: quella promessa resterà un ricordo per chi l’ha sentita”.
Antonio si accascia appoggiandosi sulla mia gamba sinistra, piange, parla della mamma: “Non la vedrò più, non la vedrò più”. Il mio cervello continua a ripetere la frase di Mazeaud: “Il dramma è cominciato e non ce ne siamo accorti”, ed è come quando un disco si incanta. Per la prima volta una gelida paura mi assale e mi sommerge: la paura di perdere qualcuno dei compagni, la paura di non tornare più a casa. La casa, mio figlio, mia moglie, aprire la porta della mia casa, entrare rilassarsi nella sicurezza. Sdraiarsi e riposare, godere del tepore…
Il senso della realtà e della responsabilità mi fanno balzare in piedi. Se ci fermiamo, siamo perduti. La nevicata continua; non riconosco i pendii intorno a noi; la visuale è ridotta, sempre più si restringe.
Pomela va avanti una cinquantina di metri, per vedere che cosa c’è dietro un dosso; noi decidiamo di abbandonare il materiale alpinistico, che non abbiamo più la forza di trasportare. Ecco un canale. Un secondo canale lo segue. Divalliamo affondando nella neve sino al petto. La nebbia si alza e scorgiamo un mugo. Siamo salvi!”

lunedì 5 novembre 2018

sabato 3 novembre 2018

FREE TIME CENCENIGHE


https://www.facebook.com/free.time.cencenighe/




Sono sicuro che il negozio di Silvia e Sua Mamma, tornerà ancora più bello, più accogliente di quello che già era pochi giorni fa… L'alluvione, i danni, l'incertezza e poi,  quella forza che solo la gente di montagna possiede… 






"...PIU' FORTI DI PRIMA"



ne siamo certi












giovedì 1 novembre 2018

TRISTEZZA

UN ABBRACCIO FORTE A TUTTI I MIEI AMICI BELLUNESI...

ANTICIMA D'INVERNO





1977. Gran Sasso. Prima invernale all'Alletto Cravino.
di: Gianpiero Di Federico

La “Alletto Cravino” all'Anticima della Vetta Orientale del Corno Grande è una via che conoscevo bene, sapevo che d'inverno si intasava di ghiaccio, soprattutto nelle fessure nella prima metà della scalata. L'arrampicata su misto (roccia-neve-ghiaccio) mi affascinava e volevo perfezionarmi su quello che avevo imparato alle Murelle. 
Il mio vero obiettivo, già da allora, anche se confusamente, tra sogno, fantasia e realtà programmata, erano le invernali ai Pulpiti ed ai Pilastri del Paretone del Gran Sasso. Avevo sentito, proprio quell'anno, da un forte alpinista locale, parlare di progetti per i Pilastri del Paretone d'inverno da realizzare, necessariamente, con lo stile himalayano e temevo di non essere pronto per andarci o d’arrivare secondo. 
Al Gran Sasso, le prime invernali avevano interessato solo le pareti ben esposte al sole, se si esclude la tragica salita invernale alla parete Nord del Camicia nel 1974. In quella salita perì  il giovane Piergiorgio De Paulis, mentre il forte Domenico Alessandri dovette concludere, da solo, la grande invernale. Mancavano perciò all'appello quelle pareti più alte e selvagge, dall'avvicinamento complicato o esposte a nord. Perciò volevo apprendere bene la tecnica per non farmi soffiare le prime invernali, quelle che ritenevo, e ritengo davvero, invernali. 
Devo confessare che c'era in me una forte carica agonistica. In quel periodo chi potesse darmi qualche pensiero, da questo punto di vista, era il fortissimo Pierluigi Bini. Ma Piero sembrava sempre più interessato alle scalate estive che alle prime invernali. Nutrivo, come ancora oggi nutro, una grande ammirazione per Pierluigi, ma già allora intuivo che eravamo alpinisti diversi, autonomi nella ricerca del nostro modo di salire le montagne. Forse per questo non abbiamo mai arrampicato assieme anche se ci tenevamo d'occhio. Ci siamo ritrovati  molti anni più tardi, a difendere l'ambiente naturale deI nostro Gran Sasso e per l’istituzione del parco. E fu molto bello. Per quella salita mi accordai con Mario Mascarucci. Mario fu uno dei pionieri dell'alpinismo a Chieti, assieme al fratello Roberto e, naturalmente, a Giustino. Eravamo poco più che ragazzi . ma avevamo una gran voglia di montagna. Mario, di un paio di anni più anziano di me, aveva anche più esperienza di montagna in genere, per cui, assieme, formavamo una coppia abbastanza decente per questa prima invernale.

Qualche giorno dopo l'invernale alle Murelle, sono al Gran Sasso. Saliamo in due, io e Mario, al rifugio Franchetti. Lo troviamo chiuso. Continuiamo per andare ad attaccare la via “Alletto-Cravino” sulla ovest dell'Anticima della Vetta Orientale al Corno Grande. Mario è in gran forma e siamo entusiasti della nostra idea. Alle otto e trenta attacchiamo le rocce ghiacciate dello zoccolo iniziale. E' subito lotta contro il vetrato e la neve che intasano le fessure e ricoprono gli appigli. Arrampichiamo con i guanti e sempre con i ramponi. Con il martello piccozza ripuliamo gli appigli. I trecento metri che ci separano dalla vetta sembrano interminabili. Forse, date le nostre scarse esperienze su misto, stiamo osando troppo? 
La parte più divertente (si fa per dire) la trovo sul fessurone centrale che, intasato di neve e ghiaccio, mi impegna non poco. Durante questa salita, metro dopo metro, scopro una certa predilezione per l'arrampicata su terreno misto. Nonostante tutto: freddo, ghiaccio e neve, ci stavano divertendo. Vedo Mario che, sotto di me, si scrolla continuamente di dosso la neve e i pezzi di ghiaccio che gli faccio cadere addosso lungo la via. "Mario, prendi questo!" e giù una stalattite di ghiaccio. Lungo la via, scherziamo e non ci accorgiamo che il tempo, intanto, inizia a cambiare. Grossi nuvoloni, provenienti da ovest, stanno riempiendo il cielo, fino ad allora sereno. Non abituati ad una bufera invernale in montagna, perché non sappiamo ancora in che cosa realmente consista, continuiamo indifferenti. A metà via, le difficoltà maggiori sono superate, nel senso che il vetrato quasi non c'è più, la parete diventa, sì più verticale ma finalmente più pulita. Sentiamo ormai la salita in pugno, ma intanto inizia a nevicare. “Che facciamo? Da qui possiamo uscire per la cengia” dico, poco convinto. La risposta è un cenno eloquente: continuiamo! La neve, spinta dalla bufera, ormai si ficca dappertutto, dentro giacca a vento, negli interstizi del casco, negli scarponi. Per forza di cose, arrampichiamo senza guanti poiché la parete adesso è davvero verticale e povera d'appigli. Il freddo mi blocca le articolazioni. Le mani, fino ad ora abbastanza protette nei guanti, mi diventano insensibili a causa degli appigli gelati e per il vento che si fa sempre più insistente. Tolgo i ramponi, anche se so che poco più su, dove la parete diventa meno ripida, sarò costretto a calzarli di nuovo. Al nono tiro di corda la neve cade abbondante. Riparati in uno sgrottamento, cerchiamo il coraggio di ripartire per l’ultimo tiro. Mario, che da secondo di cordata deve aspettare più lungamente alle soste, inizia a lamentare problemi alle mani. Non sente più le estremità e ha perso la sensibilità alle dita della mano sinistra. Calzo di nuovo i ramponi e riparto dallo sgrottarnento, in piena bufera. 
Dopo qualche metro in verticale, sparisco alla vista di Mario, inghiottito dal nevischio. Arrampico metro su metro, praticamente alla cieca. So di essere vicino alla sommità della parete ma non vedo nulla. Continuo a salire ma ora mi sembra che la parete sia meno ripida. Si! Ci siamo. Siamo fuori. Mi siedo finalmente su un piano orizzontale, la neve mi cade sul viso e io ne godo sorridendo. Oddio! Devo recuperare Mario! “Marioo! Mariooo!”
Niente, non risponde. Allora provo a tirare la corda. “Vieniii!”, ma le mie parole, come probabilmente le sue risposte, si perdono nella bufera. Ad ogni buon conto inizio a recuperare la corda. Mario capirà che sono in cima e che lo sto assicurando. E difatti, dopo un po', sento, attraverso la corda, che il mio compagno è partito e sta arrampicando. Riesco a vederlo solo quando è ad un paio di metri da me. 
Sembra Babbo Natale: tutto bianco, con la barba ghiacciata ma con il sorriso raggiante. 
Per quasi un anno, Mario, ebbe problemi di sensibilità alle dita delle mani, ma la sua e la mia felicità, per quella salita, si tagliavano con il coltello.