giovedì 13 dicembre 2018

SOLITARIA INVERNALE SULLA DUFOUR


GRANDE ALPINISMO SOLITARIO E SILENZIOSO… salite da Storia dell'Alpinismo pure e vero.

                                                     3/4 febbraio 1991

Walter Berardi

Mi sembrò che la sfortuna mi perseguitasse. E invece…
Domenica 3 febbraio 1991: è arrivato finalmente il giorno decisivo, dopo tre anni di inutili tentativi a causa delle brutte condizioni della neve, per tentare questa impresa. Parto da Macugnaga con tre amici alpinisti: Carlo Benedetti, Claudio Giorgis, Domenico Bottinelli, che mi aiuteranno a battere la pista fino alla Capanna Marinelli, 3100 metri e poi tenterò la salita da solo. Mentre saliamo alla capanna, cammino per ultimo per non stancarmi perché si sprofonda nella neve; il tempo sta cambiando e sono preso da timori e preoccupazione per i pericoli a cui andrò probabilmente incontro e per il risultato dell’impresa, vista la mia prima esperienza in solitaria.
Verso le due del pomeriggio Claudio e Domenico ci lasciano, mentre io e Carlo continuiamo a salire alla capanna, dove arriviamo verso le 17. Dopo aver valutato le perfette condizioni del canalone e aver spalato la neve dall’ingresso del rifugio, entriamo e mentre Carlo prepara la cena, io mi infilo nel sacco a pelo per riposare. Non chiudo occhio, continuo a pensare alle difficoltà della salita e al tempo minaccioso.
Alle 19 la cena è pronta: Carlo ha preparato una minestra di verdure, dell’affettato e del buon the. Carlo è per me più di un amico, è quasi un fratello: assieme abbiamo scalato tante vette, abbiamo condiviso paure, angosce ma anche gioie, ad esempio quando abbiamo aperto una nuova via sulla “Nord della 3 Amici” dedicandola a mio padre, Erminio Berardi, guida alpina e maestro di sci, scomparso 4 anni fa, in un incidente stradale – ed effettuato il concatenamento di due 4000, della Cresta Signal 4550 m e della “Nord del Lyskamm” 4477 m in meno di dodici ore. Lo ritengo una persona straordinaria, di piacevole compagnia, ma soprattutto un bravissimo alpinista, sicuro, molto cauto, di cui mi fido.
Terminata la cena, faccio un collegamento radio con Fausto Lanti, che mi segue da Macugnaga; mi dice che il tempo peggiora con passaggi di nuvole, vento e molto freddo. Questa notizia sembra spegnere il mio sogno! Alle 23 esco dal rifugio, guardo il cielo e mi rendo personalmente conto che si sta coprendo. Passo mezz’ora a pensare se partire o rimanere, poi decido: parto.
Mi preparo con cura, saluto Carlo con le lacrime agli occhi e fissato per le 2 il collegamento radio, parto. Presa la pista che porta al canalone Marinelli, preparata nel tardo pomeriggio del giorno precedente, arrivo nel canale e inizio a salire. La neve è perfetta, i ramponi entrano bene e io sto bene sia come allenamento fisico che come stato psicologico. Dopo poco iniziano i primi problemi: il cielo è completamente coperto, il vento si fa sempre più forte con bufera e incomincio a sprofondare nella neve sin sopra le ginocchia.
Devo ridurre il passo per non sprecare energie e avanzo nella bufera mentre il freddo si fa sempre più intenso. A un tratto una botta violenta sul casco, poi sulla gamba e una fortissima sulla spalla: una scarica di ghiaccio. Sono attaccato alla parete con le due picche – pendenza 45° – la spalla destra mi fa molto male e ho quasi l’impressione che sia rotta.
Incomincio a tremare ed avere paura; in questi attimi mi vengono in mente molte cose e tra queste mio padre. Incomincio a parlargli e ho l’impressione di sentire la sua voce che mi incita: “Dai, forza, ce la puoi fare, non lasciarti andare, dai! dai!”. Ho la gola secca e mi sembra di non respirare più; sono spaventato, in preda alla paura e alle allucinazioni. Vorrei tornare indietro ma sono in mezzo alla bufera e non trovo il coraggio. Decido: “Continuo, o la va o la spacca!” Riprendo a salire con una forza che non conoscevo prima: forse è la voglia di vivere o di rivedere Chicco, la mia ragazza alla quale voglio tanto bene, e i miei cari.
Arrivo alle rocce grigie – qui il canalone si raddrizza sino ad arrivare a 55° di pendenza – e trovo una nicchia; mi riparo, tolgo lo zaino e prendo il termos. Per fortuna il the è ancora caldo, mi sembra di rivivere al contatto del caldo liquido che mi scende nel corpo, mangio del cioccolato e chiamo via radio Carlo. Sono le 3.30, dico a Carlo della scarica e cerco di non allarmarlo troppo per non farlo preoccupare. Il cielo è sempre coperto, la tormenta infuria, ci sono -35°.
Riprendo a salire, sono nel tratto più ripido, faccio tre Passi in avanti e scivolo indietro di due; la neve è farinosa e leggera ma mi impedisce di salire veloce. La spalla si fa sentire con dolori acuti che mi impediscono di usare il braccio per impiantare la piccozza e sono costretto a soste sempre più lunghe. Sono le 4, il tempo continua a peggiorare e io devo accelerare il passo per arrivare sotto le rocce della Dufour e decidere se salire in vetta o raggiungere la Capanna Margherita situata sulla punta Gnifetti a 4550 m e poi scendere ad Alagna. Mentre salgo si spegne la frontale, la batteria si è scaricata per il freddo, sono al buio; vorrei togliere lo zaino per sostituirla ma la tormenta me lo impedisce, così continuo a salire al buio.
Mi sento svuotato, senza più stimoli o paure; quello che mi spinge ad andare avanti sono la grande voglia di vivere e la sensazione di avere vicino mio padre che mi guida le gambe e mi incita ad andare avanti, a tenere duro e a stringere i denti.
Finalmente il tempo, aprendosi, sembra dare segni di miglioramento, ma il vento è sempre forte. Guardo le rocce della Dufour e mi accorgo di essere più alto della loro base e di distare da loro circa 100 m. Nella bufera e con il buio, non mi sono accorto di essere passato sopra il terminale e di essere così lontano dalle rocce. Inizio a fare il traverso della neve, dove sprofondo, e dalla neve passo al ghiaccio vivo. Devo procedere con cautela per non scivolare, dal momento che non posso usare la spalla, ed a volte devo gradinare perché i ramponi fanno fatica ad entrare nel ghiaccio: il ghiaccio è verde e molto duro.
Finalmente arrivo alle rocce della Dufour, ultimo baluardo prima della vetta. Le rocce sono sporche di neve e le fessure con ghiaccio; mi arrampico con cautela: le forze fisiche sono quasi esaurite, a volte devo togliere i guanti per arrampicare meglio, ma devo subito desistere e rimettermeli per il freddo. Arrivo circa sotto all’anticima italiana e la sfortuna mi perseguita di nuovo: il rampone destro si è staccato e rotola per il canalino che collega la “Sella d’argento” con la Dufour.
La rabbia che mi sale dentro mi da però una grinta e una tenacia ancor più decisa ad arrivare alla cima. Scendo per questo canale gradinando senza corda per circa 30 m, la spalla mi fa male, ma tengo duro; arrivo al rampone lo calzo e riparto. Ormai alla vetta manca poco, vedo già la croce; devo stare però attento, non devo sottovalutare nulla, un minimo sbaglio mi sarebbe fatale. Arrampico gli ultimi passi senza guanti per avere una presa maggiore agli appigli e poi sono finalmente sulla vetta.
Ore 9: il sogno inseguito per tre anni, si è realizzato. Ho ripetuto, in solitaria, l’impresa che il 5 febbraio di 26 anni prima compirono le guide Luciano Bettineschi, Lino Pironi, Michele Pala, Carlo Jacchini. Mi appoggio alla croce e come un bambino mi metto a piangere. Sfogo così le tensioni, le paure, le fatiche ma sopra ogni cosa la gioia per il successo. Dopo qualche minuto prendo la macchina fotografica, scatto alcune foto, firmo il libro della vetta e comunico via radio la riuscita dell’impresa a Carlo e Fausto. Rimango per qualche momento ancora a godere questi attimi gloriosi e poi inizio a scendere, ma la spalla peggiora sempre di più con fitte sempre più forti. Arrivo all’anticima e capisco di non farcela più; avviso Fausto a Macugnaga perché chiami a sua volta la Finanza di Alagna affinché mi vengano incontro. Giunto al “Colle del Papa” devo però chiamare il CNSA di Macugnaga per soccorrermi con l’elicottero. Verso le 12.30, vengo verricellato e portato prima a Macugnaga e poi all’ospedale dove mi riscontrano una sub-lussazione della spalla e congelamento agli arti.
Questa salita più di altre, mi ha fatto capire come la montagna sia più forte dell’uomo nonostante le vittorie di quest’ultimo; all’uomo basta una piccola disattenzione, un minimo errore, una scarica di ghiaccio o sassi per essere vinto. Una salita in solitaria si basa molto sulla preparazione fisica ma soprattutto su una grande forza interiore con la quale si affrontano situazioni estreme senza perdere il controllo dei nervi e mantenere una certa lucidità. Tutto questo mi piace perché mi confronto con me stesso, conosco i miei limiti, capisco fin dove posso arrivare, fino a che punto le mie forze mi sorreggono ma soprattutto conosco il limite entro il quale ragiono e sono mentalmente lucido per decidere che è ora di dire basta e tornare indietro. Secondo me, questa preparazione psicologica fa di un uomo che va in montagna, un grande alpinista: è necessario conoscere i propri limiti per mantenersi mentalmente coscienti.
Qualcuno ha criticato il mio modo di andare in montagna definendolo “spericolato e incosciente”; io accetto le critiche e i consigli che mi vengono esplicitamente fatti da persone esperte, mentre respingo le polemiche fatte da coloro che parlano per ignoranza o invidia e che si sentono in grado di giudicare solo perché hanno letto qualche rivista di montagna o visto qualche filmato. Qualsiasi esperienza positiva o negativa, penso vada fatta solo se sentita e solo se si è pronti a farla, ed è quello che io cerco di fare. Sono convinto che ognuno di noi ha una propria via da seguire, sovrastata da un proprio destino e che ognuno di noi sia impotente nei confronti di questa forza che ci incombe. Per questo motivo ho dedicato questa salita ad Andrea, un mio amico che è rimasto paralizzato alle gambe, a soli 22 anni, a causa di un incidente.
di Walter Berardi 
(Sezione Cai di Macugnaga)

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