sabato 19 gennaio 2019

OPERA D'ARTE NELLO STILE MODERNO

Poche parole, soltanto un'esclamazione...SUPER! grande LINEA nello stile moderno, una Linea e TRE AMICI…
COMPLIMENTI SINCERI


"Zuita Patavina" Civetta, parete NE
14-15-16/01/2019
Daniele Geremia, Alessandro Baù e Giovanni Zaccaria



giovedì 17 gennaio 2019

MOULIN...IL VIAGGIO E' FINITO (1996)




La lista dei sogni

<<Non parto mai a caso o sull'onda dell'entusiasmo. Ero piuttosto metodico e cercavo di programmare nella mia testa, a inizio stagione, le salite e la realizzazione da portare a termine. Insomma, fissavo i miei obbiettivi in anticipo. A essere sinceri, l'elenco delle ascensioni, delle prime, che desideravo realizzare, risale a molti anni fa. E' una lista di grandi sogni, coltivati per tanto tempo. Sogni che, anno dopo anno, ho avuto la fortuna di realizzare. Io non mi prendo mai troppo sul serio, ma quando decido una cosa, all'ora l'impegno è totale e vado fino in fondo. Talvolta ho perfino l'impressione di essere troppo rigido, ma probabilmente questa è stata la mia reazione allo stile di vita dei miei genitori: erano entrambi artisti e quindi necessariamente un po'… bohemienne>>

La mia strada: oltre i media, oltre lo sponsor

<<Ho scelto una strada particolare: non ho mai cercato la mediatizzazione né un tipo di attività legata ai media e agli sponsor. Per intenderci non sono mai partito annunciando ai quattro venti i miei progetti, magari con elicotteri e fotografi al seguito. Uno zaino, il materiale ridotto al minimo indispensabile, neppure la radio portavo con me. Non si è trattato di un rifiuto della popolarità, delle mie imprese ho sempre parlato, ma dopo averle concluse. La mia concezione dell'alpinismo è tradizionale, forse autentica. Di sicuro più personale.
Certo non è facile proporsi in questo modo oggi, non è facile neanche partire soli, senza radio, senza aiuti dall'esterno quando si ha una moglie, una famiglia, degli affetti. Tuttavia, nessuno parte per non tornare più, nessuno vuole giocare alla roulette russa, ci sono dei limiti e bisogna conservare dei margini di sicurezza: per esempio occorre rispettare certe regole tecniche e non sottovalutare le situazioni né sopravvalutare se stessi. Insomma fare le cose seriamente e con precisione…
Io non ho voluto fare dell'alpinismo estremo un modo per procurarmi da vivere, per mangiare facevo e faccio la guida e lavoro all'Ensa. Certo collaboro con alcuni fabbricanti, ma non si tratta di sponsorizzazioni e i rapporti sono ottimi. A me non andava bene di essere prigioniero, di avere legami economici e di sentirmi poi obbligato a portare a termine delle realizzazioni per contratto...>>

Il viaggio è finito

<<Sul Rateau, sulla Meije e sul Pic Gaspard tutto è andato per il meglio. E ho capito di essere giunto al capolinea. Sulle cause che spingono l'uomo all'alpinismo estremo, occorre essere sinceri. Credo che non possiamo dire che facciamo dell'alpinismo estremo per amore della natura o per qualche altro "nobile" proposito: è sbagliato volere far credere alla gente chissà cosa. Quando uno parte per una prima solitaria estrema, lo fa perché pensa che così facendo riesca a risolvere profondi problemi psicologici personali. Ci prova, almeno. Non ho paura di dirlo a chiare lettere, anzi rivendico il diritto e il dovere di dirlo. Per me le solitarie sono state un viaggio iniziatico, e come tutti i viaggi di questo tipo mi ha portato a trovare qualcosa di cui avevo bisogno. L'ultima mia realizzazione non è stata la più dura, ma la più bella: tutto è andato incredibilmente bene, e il cerchio alla fine si è chiuso. 
Avrei potuto smettere nel 1992, dopo il concatenamento Meije-Ailefroide: quella volta ne ebbi davvero abbastanza. Ma proprio perché non ne potevo più all'ora compresi di avere ancora la necessità di vivere un'esperienza positiva. Così è stato: il mio malessere interiore ora è scomparso. Se continuassi, lo farei soltanto per non essere dimenticato. E sarebbe stupido e pericoloso. Andrò sempre in montagna, certo, anche da solo, perché ritrovarsi solo in montagna fa parte del mio essere, ma non farò più salite estreme. Non ho più bisogno di ri-partire>>.

Le maggiori realizzazioni di Christophe Moulin

1989:  Prima solitaria invernale alla Couzy-Desmaison sulla Nord dell'Olan.

1989: Concatenamento di: Pilier Nord du Pic Sans Nom+Pilier Sud des Écrins, in 10 ore.

1990: Prima solitaria invernale del Pilier Nord du Pic Sans Nom.

1991: Prima solitaria invernale del Pilier Desmaison al Pic de Bure

1992: Prima solitaria di Ballade au clair de lune, sulla Sud del Fou.

1992: Concatenamento di: Diretta parete Nord della Meije (1°solitaria invernale)+ Devies-Gervasutti parete Nord dell'Ailefroide (1°solitaria invernale).

1993: Prima solitaria di Nostradamus parete Nord dei Pélerins.

1993: Prima salita di una via nuova (goulotte di 800 metri) al Pamir Alaì (in solitaria).

1996: Concatenamento di: parete Nord del Rateau (via nuova) + via Z parete Nord della Meije + parete Nord del Pic Gaspard (via nuova).

Tratto da ALP ottobre 1996



mercoledì 16 gennaio 2019

IL SIGNORE DELL'INVERNO


RENE' DESMAISON IL SIGNORE DELL'INVERNO
di Alberto Paleari
(articolo apparso su ALP nel 2006)

Due cose di René Desmaison ti colpiscono subito: lo sguardo buono, da eterno bravo ragazzo, e le mani grandi.
Ci accoglie (la mia compagna ed io) in una nebbiosa giornata invernale, sulla soglia della sua villa all’italiana di Cadenet, villaggio immerso nella campagna del Luberon, a pochi chilometri da Aix en Provence e dalla falesia di Buoux.
Nell’ingresso ci saluta da un’impalcatura la moglie Caroline che sta affrescando le pareti con fregi tratti da cartoni settecenteschi: “ è arrivata sedici anni fa per restaurare una stanza e non se n’è più andata” ci spiega col suo sorriso sornione Desmaison.
Nel percorso per andare in salotto incrociamo, come Alice, un coniglietto bianco seguito da due o tre cani di taglia diversa, su ognuna delle numerose poltrone si sdraia almeno un gatto. Gli facciamo i complimenti per la bella casa, i quadri, la collezione di statue, le ceramiche: “sta diventando un museo” ci dice.
Dopo i convenevoli sul tempo, il viaggio, la bella roccia del Bau di St. Jeannet da cui proveniamo (che il nostro ospite conosce bene) gli confido che per gli alpinisti della mia generazione, formatisi sui suoi libri più conosciuti “La Montagna a mani nude” e “342 ore sulle Grandes Jorasses” apparsi in Italia nel 1972 e ’73 per i tipi di Dall’Oglio, René Desmaison è un mito, è il signore dell’inverno, è l’alpinista che più di ogni altro ha rischiato, ha sofferto, si è impegnato in disperate salite invernali, ha bivaccato per 14 lunghe notti invernali sulla Parete Nord delle Jorasses mentre il suo compagno lentamente gli moriva a fianco, ma tutto ciò succedeva più di trent’anni fa, e poi? Le giornate gloriose sono state raccontate nei libri, “ La montagna a mani nude” è stata rieditata nel 2000 dalla Vivalda nella collana dei Licheni, ma il dopo resta un mistero: cosa ha combinato in questi trent’anni il grande René Desmaison?
“Ho fatto la guida, l’ho fatta fino a pochi anni fa, con clienti che via via diventavano sempre meno clienti e sempre più amici, ho continuato a arrampicare, per la passione. Ho fatto diciassette spedizioni in Sud America, tra cui la Sud del Huandoy, ho girato film, scritto un romanzo, sono sceso in parapendio dalla cima di un seimila e ora sto scrivendo la mia autobiografia”.
“Posso chiederle quanti anni ha?”
“Certo, settanta”. Nel dirlo ha una leggera esitazione di cui capirò il motivo quando, a casa, leggendo la bella intervista che gli fece nel 2000 Pietro Crivellaro, scoprirò che, proprio durante quell’intervista, festeggiarono il suo settantesimo anniversario con un bicchiere di champagne.
Togliersi gli anni è un peccato veniale che si perdona volentieri ai miti, alle dive e alle persone che, come Desmaison, sono effettivamente più giovani dell’età anagrafica.
“E va ancora in montagna?
“ Sì, qui vicino c’è la Sainte Victoire, mi piace fare qualche passeggiata e anche qualche arrampicata, sovente da solo, perché i miei amici sono tutti morti o sono vecchi. Mi piace soprattutto l’Oisans, ho acquistato una fattoria dalle parti di Gap, è vicino, faccio spesso la spola tra l’Oisans e qui. A Chamonix e sul Bianco non vado più, ci sono andato troppo, ci ho lasciato troppo di me lassù, ma questa primavera, a giugno, ho in programma la Sud degli Ecrins” (Pilastro sud della Barre des Ecrins, dislivello 1100 metri, difficoltà V+).
“ Quando pensiamo a lei pensiamo soprattutto a un alpinismo d’altri tempi, quello delle grandi salite invernali (Nord dell’Olan, Ovest dei Dru, seconda invernale della Nord delle Jorasses nel ’63, una settimana dopo la prima di Bonatti e Zappelli, Pilone Centrale di Freney nell’inverno 67, dopo aver compiuto la prima salita nel ’61 insieme alla cordata di Bonington, Linceul alle Jorasses, Direttissima alla Walker prima nel ’71 in 14 giorni fino a 80 metri dalla cima, dove il suo compagno Serge Gousseault morirà di sfinimento, poi nel gennaio del ‘73 con Giorgio Bertone e Michel Claret portando a termine la via in 8 giorni) un alpinismo fatto di sofferenza, di bivacchi, di freddo, di lentezza, di pareti incrostate di ghiaccio vinte a suon di chiodi e di staffe, lei, è stato forse l’ultimo esponente di quel tipo di alpinismo, dopo di lei su ghiaccio è avvenuta la rivoluzione del piolet traction, con Cecchinel, Gabarru, Boivin e gli altri, sulla roccia sono arrivate le pedule con la suola liscia. Poi è esploso il fenomeno Cristophe Profit che in una sola giornata ha salito le tre grandi nord. Mi chiedo innanzitutto se lei ha fatto in tempo, vista la sua longevità alpinistica, a conoscere e a usare le nuove tecniche e i nuovi materiali, e poi se pensa che gli exploits degli anni ’80 e ’90 siano dovuti solo alle nuove tecniche e ai materiali o a qualcos’altro.”
“Cristophe è un mio grande amico, quando ha salito le tre grandi nord ero in cima alle Jorasses ad aspettarlo, con lui ho in comune la passione per il parapendio. Credo che il motivo principale delle sua grandi imprese e di quelle degli altri alpinisti moderni sia che le grandi invernali sulle pareti nord le avevamo già fatte noi, che bisognava fare qualcosa di più difficile, di più grande, ma per fare questo bisognava allenarsi di più, non è solo il materiale, ripeto, è perché bisognava fare qualcosa di più difficile, e loro l’hanno fatto.
Ma anche noi non eravamo così lenti. Lo sa perché sul Linceul Flematti ed io abbiamo impiegato otto giorni? Ora mi sembra che l’abbiano ripetuto in due ore. E’ che avevamo un contratto con Radio Luxembourg: era la prima diretta radiofonica di una salita in montagna. La radio era una cassetta grande così (fa il gesto con le mani come se tenesse in mano una grossa scatola di scarponi) c’erano due tecnici al rifugio Leschaux e un ponte radio con La Flegère. Partiamo, facciamo centocinquanta metri di dislivello e si mette a nevicare, un tempo da lupi. Dico ai due che sono al Leschaux che io tornerei giù con loro ad aspettare il bel tempo. Eh no! Troppo comodo! Gli ascoltatori non vogliono mica sapere che sei qui nel rifugio al caldino, vogliono sentirti tremare dal freddo lassù, loro. E così abbiamo cominciato a stare tre giorni su un gradino scavato nel ghiaccio, con i sacchi da bivacco che si coprivano di neve a aspettare il bel tempo. Poi, quando è venuto un po’ più bello c’era ancora un vento freddissimo e il ghiaccio durissimo, i chiodi a vite di allora non entravano neanche a martellate, mettevamo quelli da roccia nel ghiaccio. E c’era sempre quel maledetto collegamento radio: ogni volta ci voleva un’ora solo per attivarlo, abbiamo passato più tempo a litigare con quella radio che a arrampicare.
Le pedule morbide invece sono stato uno dei primi a usarle, un modello studiato da me per una ditta di scarponi, le R.D., ha avuto un buon successo”.
“A proposito: lei è stato uno dei primi alpinisti a collaborare con le ditte come consigliere tecnico, ricordo per esempio che anch’io avevo uno zaino della Millet che portava il suo nome.”
“ Sì, mi è sempre piaciuto lavorare con le ditte. Nel ‘58, con Pierre Mazeaud, al ritorno dalla direttissima alla Cima Ovest di Lavaredo, dove passammo giorni e giorni appesi ai chiodi, abbiamo messo a punto la prima imbragatura da arrampicata. Allora ci si legava direttamente con la corda: andammo dalla ditta Rivory Joanny che la produsse, i primi modelli erano color cachi perché li adottò l’esercito. I nostri amici ci prendevano in giro: legarsi in quel modo era considerato poco virile.
Sempre in quegli anni avevo studiato per le Forges Leborgne, una ditta che adesso non c’è più, la prima piccozza con manico metallico, ma guardi, non deve pensare che lo facessi per il denaro, non era come oggi, non è che allora rendesse molto”.
“E la scrittura? Il suo libro sulle Jorasses mi è piaciuto tantissimo e poi l’epilogo di “La montagna a mani nude” quello che comincia con la citazione di Baudelaire”. ( Il libro sulle Jorasses è un vero capolavoro: avvincente, drammatico, peccato che la Vivalda abbia rieditato solo “ La montagna a mani nude” aggiungendo alla fine alcuni capitoli di “342 ore sulle Jorasses”. Il secondo libro merita di essere letto nell’edizione completa, in cui il dramma matura lentamente, fino alle grandi pagine della tragedia finale).
“La ringrazio, in effetti il libro sulle Jorasses è quello che ha avuto più successo, pensi che è stato tradotto in italiano, inglese, tedesco, spagnolo e giapponese, ora ho quasi finito l’autobiografia e sto scrivendo un secondo romanzo, il seguito del primo (Les grimpeurs des murailles). Scrivere mi piace molto, ma devo stare attento a fermarmi, scrivere troppo fa male, bisogna muoversi. Scrivo al mattino, quando la mente è fresca, al pomeriggio vado a camminare o a arrampicare”.
Visitiamo la casa: la cucina monumentale, saloni finemente affrescati da Caroline “la cappella Sistina” celia Desmaison, che si muove seguito dai cani con l’eleganza di un signore di campagna (da signore dell’inverno a signore di campagna).
“Ad Alberto, alla fine di questa fredda avventura” sarà la dedica che scriverà sui due volumi che gli ho portato da firmare nella vecchia edizione Dall’Oglio, infatti in casa fa freddo perché deve arrivare il camion del combustibile.
E’ ancora giovane Desmaison, o vuole sembrarlo, deve sembrarlo: ha una bella moglie, una figlia di tredici anni, non vive di ricordi Desmaison, non è un sopravvissuto.
Resisti Renè, resta come sei, tieni duro, non invecchiare, fallo anche per noi che ti abbiamo amato: degli idoli soprattutto si ha paura di conoscere la decadenza.
Alberto Paleari.




sabato 12 gennaio 2019

CI VUOLE UN PO'



Ci vuole un po', non è subito percepibile, forse non tutti lo percepiscono...guardate questa foto, Casarotto alla base della Nord del Pelmo un'infinità di anni fa, nel secolo scorso...zaino immenso, materiale pesante. Se la guardate bene noterete la neve sugli appigli, continuate a guardarla e se conoscete e amate le Dolomiti tutte… sarà facilissimo sentire il profumo di quella meravigliosa roccia, dell'aria e della terra… per me è quasi naturale.

venerdì 4 gennaio 2019

martedì 1 gennaio 2019

NON ME NE VOGLIATE... E PERDONATEMI O NON PERDONATEMI


Non è colpa mia se l'alpinismo che "leggo" in questi giorni, in cui   ho più possibilità di leggere rimanendo a casa con i bimbi, mi fa ridere. Non mi emoziona e un po', mi fa rimpiangere di avere perso tempo ad imparare a leggere!
Nardi, al Nanga con un pezzo da 90 come Ballard, prova lo Sperone ma afferma che la vetta poco conta… chissà cosa avrebbe detto il povero Mummery.
Simone è al Manaslu per fare una prima invernale di una cima già salita in inverno, ora abbiamo molte più possibilità con le stagioni...due inverni e scegli il migliore.
I Ragni tengono segreto il progetto, come facevo io con le ragazze (poi la mia fidanzata lo scoprì e divenne la fidanzata di un altro).

Per fortuna ci sono i non professionisti che mi regalano un po' di piccole emozioni, le vie glaciali in Brenta sono perle preziose… io domani vado a lavorare per fortuna, così non leggo più!!

CAMPO 1 OGGI POMERIGGIO